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IL GIOCO È UNA COSA SERIA

di Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, direzione scientifica ludo-biblio AOU Meyer

C’è gioco e gioco ma sicuramente nella ludoteca domestica fra birilli, palle, cavalcabili in plastica o legno e miriadi di palloni, la bicicletta continua a far da sovrana. Figlia di una rivoluzione antica (pare che se ne rintracci addirittura la progettazione nel Codice Atlantico di Leonardo del 1493) la bicicletta, l’ottocentesca Laufmaschine di Karl Drais, ha da poco compiuto 200 anni (12 giugno 1817). Ovvio che tutti i bambini già allora sognassero una “macchina per correre”, ma quella mitica bici con due piccole ruote laterali a loro misura arriverà solo negli anni ’50. Diciamo pure che la bici fa parte della storia di tutti, e – come la definiscono gli antropologi – rappresenta un mito della modernità. Esaltata dal cinema, celebrata da indimenticabili canzoni popolari, simbolo di sogno e di evasione per ricchi e poveri, la bici accompagna la crescita: dal fiammante triciclo rosso con cui si impara a pedalare in autonomia sino al primo decollo vero e proprio incitati da un familiare che staccando la mano protettrice dal sellino incita a pedalare, a spingere forte sulle gambe, a andare! Da ragazzini, poi, in bici si prova l’ebrezza degli sprint da “campioni”, si impara a fare i furbi andando senza mani, o a mettersi in piedi sui pedali per affrontare i pendii più ripidi. In tutti i casi quel cavallo a due ruote è una straordinaria esperienza di libertà e di conquista del corpo. Non si può barare con la bici: l’orizzonte chiuso si libera e il paesaggio si muove. È il corpo a corpo con lo spazio, così si scoprono i limiti. Si impara a imparare, si impara la disciplina. È vero che le bici contemporanee, anche per i bambini, hanno cambiato materiali e forma e magari si evitano ginocchia sbucciate ammaccature graffi e una buona dose di paura; così come è giusto dire che la bicicletta segnala anche un accresciuto interesse delle bambine per i giochi più attivi e più competitivi tipici dei maschi, ma sotto sotto la bicicletta rimane quello che un famoso antropologo, Marc Augé, ha definito “un’utopia urbana simbolo di un futuro ecologico per la città di domani”.

Tanto è vero che non pochi insegnanti si sono scatenati in progetti educativi utili quanto divertenti. Un esempio per tutti è: “Cosa accadrebbe se la scuola avesse le ruote?” di Emilio Rigatti, un professore che pedala con i suoi alunni tra chiese e musei, parchi, aperta campagna e piccoli villaggi a caccia di arte, storia e geografia, ma anche di divertimento e piccole disavventure. Un modo, spiega spesso Rigatti, di concepire la vita stessa: da assaporare lentamente e senza il navigatore! Una pacifica resistenza a pedali, lenta ma continua contro l’imperante appiattimento e omologazione delle nuove forme educative. La scuola ci prova e anche alcuni artisti rispondono con iniziative curiose da Arte su due ruote a Artista in bicicletta a West bike story fino a Tandem concert a suono di swing mentre la ristorazione risponde con bike cafè-restaurant e decine bike street food.

E i genitori? Che cosa possono fare? Risulta da molte inchieste che bambini e bambine siano accompagnati in tutti i luoghi della loro vita quotidiana in automobile, questo sino a quando non disporranno di un proprio ciclomotore. In realtà si è poi visto come i ragazzini quattordicenni – peraltro non di rado affetti da obesità e ammorbati dall’uso di TV e social come sostituto di esperienze dirette - non potranno essere ciclomotoristi sicuri se non sono stati prima bravi ciclisti e accorti pedoni. Quindi: genitori alla riscossa… e tutti a scuola con il pedibus e by bike! Perché sarebbe bello se la bici potesse diventare lo strumento silenzioso ed efficace di una riconquista delle relazioni e dello scambio di parole e sorrisi.