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PSICOLOGIA

di Rosanna Martin, Servizio di Psicologia ospedaliera AOU Meyer

Il bambino attraversa come ben sappiamo, varie fasi di crescita e forse la più complessa e ricca di contraddizioni, è quella fra i 2-3 anni. Il bambino di questa età consuma da sveglio, gran parte della sua vita in uno sforzo volontario per rendersi indipendente dagli adulti. Quando è a passeggio o a giocare nel parco, non si stanca mai di correre di qua e di là per esplorare da sé il mondo, chiude i cancelli quando sono aperti o li apre quando sono chiusi, nei negozi fa le proprie indagini, toccando e ritoccando le cose esposte. La cosa più notevole tuttavia, è che sembra avere gli occhi vigili e pronti ad individuare immediatamente dove è andata a finire la mamma e in caso di necessità, gli basta fare una piccola corsa per tornare al sicuro al suo fianco. L’esplorazione e la ricerca dei limiti è dunque la caratteristica principale dei bambini di questa età, sono dotati già di una propria individualità, con un proprio personale ritmo di sviluppo e con una intensa vita emotiva. I loro sentimenti sono appassionati e veementi, i loro affetti e i loro possessivi amori e gelosie hanno per oggetto soprattutto le persone della famiglia. Ogni bambino però è un caso unico e parte del piacere e del privilegio di essere genitori sta proprio nel cercare di conoscere il proprio figlio, nel riflettere su di lui e sul rapporto con lui. Una parte altrettanto importante è riflettere su noi come genitori e chiedersi sempre se l’ansia o la paura che nutriamo per un determinato evento sia dovuta alla situazione di cui è protagonista il bambino o sia piuttosto un nostro timore, riflettere sulle nostre emozioni permette così di riappropriarsene e “liberare” nostro figlio da pesi non suoi. Tutta questa premessa del bambino e dei genitori apparentemente non ha a che fare con il cibo, ma il rapporto con il cibo non è altro che un rapporto di incorporazione della vita circostante, il modo in cui “stiamo” e “siamo” si esprime anche nel rapporto con il cibo, comprendere dunque la fase di sviluppo che il bambino sta affrontando è di primaria importanza per coglierne il significato nascosto nei comportamenti rispetto al cibo. Clara, 28 mesi non mangia più da qualche giorno, i genitori sono preoccupatissimi. Il rifiuto del cibo alimenta paure ataviche, attiva nei genitori pensieri angoscianti e molta rabbia. Che fare? La mamma di Clara non sapendolo, prova... Prova ad insistere, Clara che mangiava autonomamente ora viene imboccata e più rifiuta il cibo più la mamma lo infila forzando, in bocca... Clara si sente invasa, si arrabbia, urla e piange e i pasti ora sono avvolti da una pesante cappa angosciante, Clara è diventata irritabile e il rapporto con la mamma e con il cibo si è riempito di emozioni disturbanti. I genitori quando notano un improvviso cambiamento nell’atteggiamento verso il cibo, è bene che si chiedano cosa altro in quel momento sta accadendo nella famiglia o nello sviluppo del bambino. Clara ha saputo che la mamma è incinta, e la gravidanza della madre e la nascita di un nuovo bambino possono aver disturbato il senso di sicurezza della bambina e quindi la relazione con la madre. Può produrre questo effetto anche l’assenza o la malattia di qualcuno o un qualsiasi altro mutamento del quale i genitori non avrebbero mai immaginato che avrebbe potuto influire sul bambino. I rapporti di nutrizione con la prima figura di riferimento materna quindi hanno fin dall’inizio una fondamentale importanza. Il rapporto complicato con il cibo diventa un segnale da comprendere e per evitare che la situazione peggiori e si incisti, è fondamentale che i genitori mantengano la calma, che parlino con il bambino in modo tranquillo senza attuare modalità coercitive di alimentazione o ricatto. Il cibo deve essere liberato da conflitti, la messa in atto di giochi di forza non aiuta il ripristino della situazione naturale. Chiaramente il bambino proprio per la fase di sviluppo che sta attraversando e per la naturale capacità di comprendere le aree più sensibili dei genitori, farà di tutto per mettere alla prova i genitori. Anche se il bambino è molto piccolo non dimentichiamoci che può comprendere sia verbalmente che emotivamente, parlare è sempre una ottima opportunità, chiedere e provare a verbalizzare quello che sta succedendo, è fonte di stimolo per tutti. Dire: “questa pappa ti fa molto arrabbiare” senza arrabbiarsi fa sentire il bambino compreso e il proprio messaggio accolto, ma chi è che fa arrabbiare? La pappa o qualcosa d’altro? Ecco è questo il punto su cui riflettere...