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IL GIOCO È UNA COSA SERIA

di Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, direzione scientifica ludo-biblio AOU Meyer

Un tempo nella cesta dei giochi dei bambini troneggiavano quei piccoli telefoni rossi, in plastica dura, quelli che girando la rotella dei numeri e alzando la cornetta hanno dato a intere generazioni l’illusione di poter parlare, al volo, con mamma e babbo magari lontani, magari occupati al lavoro, con l’idea di rendere nulla l’assenza o quantomeno più sopportabile l’attesa del ritorno delle facce amate. E non di rado anche i piccolissimi, alle prese coi loro primi passi, erano dotati di buffi telefoni accessoriati da una cordicella così da trasportarli con facilità.

Oggi, ovviamente, il mercato dei giocattoli non poteva che adeguarsi alle nuove aspirazioni della “tribù del pollice”, proponendo una gamma infinita di modelli sempre più maneggevoli e friendly, utilizzabili anche da chi non ne abbia le competenze. Dagli scaffali dei supermercati sino alle maison di lusso, con atmosfere ovattate, piccoli smartphone touch, interattivi, dei brand più acclamati, occhieggiano e ammiccano ai piccoli consumatori.

C’è cellulare rosa di Hello Kitty, il Samsung Tobi (in collaborazione con Disney-Pixar) con tanto di chiamata SOS e finta chiamata per far scappare i male intenzionati. C’è il Primofonino, il cellulare ecologico Kandy, il BabyGuard, il Disney mobile 3 che dà l’accesso diretto all’universo di Topolino&C e ci sono persino i mattoncini della Lego che costruiscono, esternamente, il Lego Phone.

D’altra parte gli stessi librini hanno le loro responsabilità. In vetrina arrivano i libri coccolosi, i morbidi morbidi telefonini, gli innumerevoli sagomati a forma di telefonino, o con telefonini giocattolo fissati col velcro sul prolungamento della terza di copertina, familiarizzando in tal modo gli under-cinque col telefono mobile: uno dei pochi oggetti esenti-crisi nonché elemento comune dei consumi di ogni età, ceto reddito e appartenenza.

Così i bambini crescono in un guazzabuglio di giocattoli inutili che - spiegava bene nelle sue Lettere Luterane Pasolini a Gennariello - non si può pensare siano “neutrali” o ininfluenti nei processi educativi, dotati come sono di una loro, invisibile, morale.

Basti pensare che poi, crescendo, nove ragazzini su dieci, fra gli 8 e i 13 anni, posseggono questa sorta di protesi naturale in un corpo neo-cyborg.

Qualcuno si avventura a scovare - di quello che alcuni sociologi hanno chiamato il “guinzaglio elettronico” - gli effetti positivi, quali ridurre ansia e solitudine, incrementare il senso di vicinanza, di sicurezza, di appartenenza a una comunità.

Tuttavia la maggioranza dei pedagogisti ritiene inutile attribuire al cellulare una qualsiasi funzione educativa.

Piuttosto è vero il contrario: che il telefono cellulare è diventato un ambiguo tramite fra figli e genitori. Questi ultimi pensano spesso al cellulare come a una colonnina SOS, e si lasciano andare alla tentazione di affidargli un ruolo di supplenza, di telemothering, di commensale sonoro, di ponte radio e aggiornamento in simultanea mentre i ragazzi tornano da soli a casa o si apprestano a fare i compiti pomeridiani.

Dobbiamo invece tenere conto dei numerosi rischi individuati nel dotare i giovanissimi di telefonia mobile, da quelli patologici conseguenti la mobile phone dependance syndrom (sindrome da dipendenza dal telefono cellulare, che rientra nel più ampio quadro delle “new addictions”, nuove forma di dipendenza da tecnologia che colpisce principalmente i soggetti in età evolutiva) agli altri, più quotidiani e subdoli, quali non riuscire più a restare soli con se stessi, avere sempre bisogno di un rumore di fondo o riempire in un accelerismo compulsivo il tempo vuoto.

Allora, come proficuo antidoto, metti pure in culla le Fiabe al telefono, ma che siano quelle di Gianni Rodari!