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PSICOLOGIA

di Verena Balbo, psicologa AOU Meyer

“Non si dicono le bugie!”; “L’ho detto a fin di bene” o anche “Le bugie hanno le gambe corte”; “se dici le bugie ti si allunga il naso”: quante volte abbiamo pronunciato queste affermazioni e quante altre le abbiamo udite.

Da bambini e da adulti veniamo educati alla verità come valore morale.

Al contempo è da bambini che iniziamo a mentire “inventare con la mente”: bugie frutto dell’immaginazione (l’amico immaginario!) prima ancora che strumento per ottenere un vantaggio (“sì, ho lavato i denti prima”); da bambini iniziamo a riconoscere i segnali non verbali che veicolano messaggi contrastanti con la verità: silenzi, tono della voce o espressioni del volto incongrue con le affermazioni che l’adulto di riferimento esprime verbalmente.

Mentire fa parte dell’agire umano assolve diverse funzioni intra e interpersonali: permette di evitare punizioni, può essere un meccanismo di difesa per salvaguardare la nostra autostima e mantenere una relazione positiva con l’altro (come per esempio quella compiacenza tipica degli adulti). La menzogna viene inoltre utilizzata dai bambini e dagli adulti allo scopo di proteggere l’altro, per esempio un fratello o un compagno, da possibili conseguenze sociali o emotive. Forse è proprio questo uno degli aspetti su cui spesso le relazioni genitori-figli sembrano cadere ingaggiando comportamenti dis-onesti pur volendo educare all’onestà.

Molte volte gli adulti tendono infatti ad omettere, nascondere, parti della vita familiare e dei cambiamenti intercorrenti pensando al proprio figlio, piccolo o grande che sia, come più vulnerabile e a cui regalare una rappresentazione della realtà esclusivamente positiva a ogni costo. Si raccontano condizioni differenti, si parla solo di emozioni positive, minimizzando o asserendo negativamente a domande dirette dei bambini (“vi volete separare?”). Così i bambini inizieranno a vacillare, appariranno o verranno rinforzati stati ansiosi, cambiamenti nel profitto o nella regolazione delle emozioni, si costruiranno spiegazioni su quanto sta avvenendo con una lettura egocentrica, colpevolizzandosi (“se mamma e babbo non parlano è perché sono arrabbiati con me”). Verrà minato inoltre un importante pilastro: impareranno a non aver fiducia dell’adulto con implicazioni importanti nella costruzione della propria identità personale e nella lettura del mondo.

Non è certo semplice parlare di argomenti come separazioni, malattie, lutti o semplicemente esprimere emozioni quali tristezza e rabbia e tutti viviamo nel desiderio di non includere tutto questo nella vita delle persone che amiamo. Tuttavia sappiamo che sono variabili che non possiamo controllare. Al contrario possiamo accompagnare chi amiamo alla scoperta di queste aiutandoli a mantenere la rappresentazione di una “base sicura” in cui parlare, di cui fidarsi, in cui poter chiedere aiuto per affrontare errori, azioni sbagliate e contemplare la possibilità di essere vulnerabili o fragili senza timore di essere sbagliati. Se l’adulto sbaglia e parla, il bambino impara che si può anche sbagliare senza diventare sbagliati, che si può essere sinceri!