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PSICOLOGIA

di Francesca Maffei, responsabile del servizio di psicologia ospedaliera AOU Meyer

Frasi da non dire e aggettivi rischiosi, opinioni da tenere dentro e argomenti da dribblare. Interagire con un bambino suscettibile assomiglia più a un percorso a ostacoli che a una normale conversazione. Inciampare è facile. Basta un niente per provocare una reazione sproporzionata. Non tollera le critiche, non ama sentirsi messo in discussione, per questo è sempre sulla difensiva: si immusonisce, reagisce in maniera arrogante e stizzita. Il primo passo è capire che dietro questa eccessiva reattività alle critiche si nascondono due componenti, solo apparentemente contrapposte: l’insicurezza e l’egocentrismo.

Ci sono bambini che dipendono totalmente dal giudizio degli altri e che si convincono di valere qualcosa solo se ricevono consensi dall’esterno. Di conseguenza, quando si vedono contestare un errore o un atteggiamento, si sentono subito rifiutare e svalutare come individui. Per comunicare con un bambino permaloso il modo migliore è usare un linguaggio positivo, evitare le ambiguità, i doppi sensi, le allusioni e il sarcasmo, e cercare di individuare i punti sui quali è particolarmente sensibile per non urtarlo. Non andrebbe mai aggredito, denigrato o preso in giro, ma aiutato a fidarsi di noi e a capire che si può parlare di qualsiasi argomento senza necessariamente riferirsi a lui.

C’è un’età in cui è normale essere permalosi. Fino agli 8 anni, infatti, la suscettibilità non solo è ammessa, ma è addirittura funzionale alla crescita. I bambini sono molto egocentrici, pensano che tutto quello che accade sia merito o colpa loro; in più non sono capaci di cogliere l’ironia, capiscono solo il senso letterale di ciò che viene loro detto e dunque prendono tutto sul serio. Sta all’adulto spiegare loro, con parole chiare e senza doppi sensi, quando e perché hanno sbagliato. È molto importante usare frasi non generiche ma sempre riferite a una situazione precisa, così capiranno che hanno commesso un errore, ma non sono loro l’errore. Dopo gli 8 anni, invece, il pensiero diventa più astratto, cambia la capacità di relazione e di comunicazione, e verso i 10 anche un bimbo dovrebbe essere in grado di sopportare la frustrazione di una critica. Se questo non accade e il bambino dimostra sempre una forte suscettibilità, probabilmente è perché non è stato abituato a convivere con limiti e divieti.

Bisogna con la massima attenzione spiegargli il motivo per il quale viene rimproverato e occorre approcciarsi a lui tenendo presente i suoi sentimenti. I bambini hanno sempre bisogno di comprendere il perché di un determinato atteggiamento nei loro riguardi. Evitare, inoltre, di apostrofare il bambino con aggettivi come "Quanto sei cattivo" o " Sei sbadato" e" Non capisci niente"; queste offese creano nel bambino uno stato di malessere e di incomprensione. Se non si riesce, in quanto genitori, a dare motivazione del suo stato d'animo momentaneo, non riuscirà mai a superare la sua permalosità, né altri ostacoli dovuti al suo carattere e alle sue relazioni con gli altri.

6 consigli per gestire il bambino quando è offeso:
1. Lasciare sbollire la rabbia. Lasciamogli il tempo di sfogare da solo il suo risentimento, magari anche in un’altra stanza, senza insistere a voler dimostrare che abbiamo ragione o intavolare contenziosi che fanno solo aumentare la rabbia e l’odio. In genere, passato il primo momento, il bambino riprende di sua iniziativa la relazione, anche se in maniera trasversale: senza tornare sull'argomento che ha determinato l'offesa, tenta di riallacciare il rapporto con pretesti vari, come il classico “mamma ho fame”, “facciamo merenda…”.
2. Dare parole alle sue emozioni. Attraverso le parole, dimostriamogli che capiamo che si sente arrabbiato, deluso, trattato ingiustamente, rifiutato e tutti gli aggettivi che ci sembra esprimano quel che sta provando, anche se la sostanza non cambia: se il giocattolo è del fratello, è giusto che ci giochi lui, se il cioccolatino non si può comprare, non si compra. È importante però che il bambino senta riconosciuti i suoi sentimenti, perché in questo modo capisce che il rifiuto è per la sua richiesta, non per lui come persona. E questo rende più tollerabile la sua piccola ferita.
3. Mostrarsi coerenti. Se fino a ieri lo abbiamo trattato come un re e di punto in bianco cambiamo completamente atteggiamento, è inevitabile che si arrabbi. Inutile fargli la predica che adesso è grande e deve imparare a mettere a posto i giocattoli se glieli abbiamo sempre sistemati noi. Meglio impostarla sul fatto che capiamo che questo nostro atteggiamento possa farlo arrabbiare ma la mamma ha deciso che da ora in poi si fa così. Ancora una volta, alla nostra decisione si faranno seguire parole che mostrano la nostra comprensione per il suo eventuale risentimento, ad esempio: “lo so che sei arrabbiato con la mamma perché… lo so che pensi che io non ti voglia bene perché…”.
4. Simulare la situazione e cercare soluzioni. Con i più piccoli si può anche fare una simulazione della situazione che ha determinato l’offesa, facendoci raccontare come sono andate le cose dal suo punto di vista e invitandolo a escogitare da solo le possibili soluzioni (“facciamo finta che Andrea ti ha rubato il giocattolo: che cosa gli puoi dire, che cosa puoi fare…”): in tal modo il bambino ha la possibilità di allenarsi dietro le quinte a trovare le soluzioni giuste per “affrontare il palcoscenico”.
5. Se fa l’offeso con i compagni, non interveniamo. Se ha l’abitudine di mettere il broncio con i suoi compagni ad ogni contrarietà, resistiamo alla tentazione di andare a fare gli arbitri o, peggio, gli avvocati difensori, e lasciamo che si arrangi da solo: se gli adulti non si intromettono, il bambino un po’ per volta impara le regole della vita in comunità. Sbrigandosela da solo, inoltre, acquisisce fiducia in se stesso, perché si sente capace di affrontare e superare le difficoltà. Al contrario, se si vede spalleggiato da noi, il suo atteggiamento permaloso o aggressivo si potrebbe accentuare perché si sente forte del nostro appoggio (“allora faccio bene a comportarmi così”). In più, non imparerà mai a gestire difficoltà e ingiustizie che oggi capitano con gli amichetti, domani capiteranno con i professori e poi con i colleghi, il capoufficio e così via. E a quel punto non potrà certo correre dalla mamma a chiederle come uscirne fuori.
6. Se si offende quando perde al gioco, non drammatizziamo. La tentazione sarebbe quella di consolarlo dicendogli che è stata colpa dell’arbitro, dell’allenatore, dell’altro compagno che ha giocato male… Quand’anche fosse vero, tratteniamoci dal dirlo: facciamogli notare invece che può capitare di perdere, che la prossima volta giocheranno meglio, che lui per primo si impegnerà di più. Ma se anche perdesse di nuovo, non è la fine del mondo e mamma e papà gli vogliono bene ugualmente. Ancora una volta, l’obiettivo deve essere quello di aiutare il bambino a tollerare sconfitte e delusioni.