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IL GIOCO È UNA COSA SERIA

di Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, direzione scientifica ludo-biblio AOU Meyer

I Pellerossa, il treno, lo chiamavano “cavallo di ferro” e per certo sappiamo che Émile Zola - rapito dal battito ritmico di valvole e stantuffi - osservava ammaliato “la sovrana bellezza di quegli esseri di metallo”. Che dire poi dell'Hogwarts Express in partenza dal Binario 9 e ¾ verso la magica scuola di Hogwarts luogo d’elezione di Harry Potter, come pure del Polar Express, misterioso treno a vapore in viaggio verso il Polo Nord alla ricerca di una prova di validità circa l’esistenza di Babbo Natale. E non c’è bambino che fra i tre e i cinque anni non si sia confrontato con il Trenino Thomas la locomotiva più famosa d'Inghilterra; quell’azzurro trenino antropomorfo dalla faccia tonda nato nel poco sorridente dopoguerra britannico dalla penna del reverendo anglicano Wilbert Awdry e divenuto nei decenni un fenomeno da un miliardo di dollari l'anno: un brand tanto bramato dai piccoli quanto, non di rado, aborrito dai genitori liberal perché ritenuto un suddito troppo ubbidiente, conservatore e persino maschilista.

Mito planetario il trenino, pur in epoca di basi lunari, Star Trek, viaggi interstellari, continua a primeggiare nelle vendite del mercato dei giocattoli e non solo; basti pensare che alla Public Library di New York C. (circa 4.000.000 di volumi) dal settembre 2017 è stato affidato a un vero e proprio trenino, con tanto di binari, il compito di consegnare rapidamente i volumi richiesti a studiosi, lettori attempati e bambini presenti! Ma più semplicemente, dalla scatola dei balocchi di Walter Benjamin al baule dei giocattoli della Pimpa o di Spotty, il trenino conserva il sapore “azzurro”, dolcemente malinconico, di ogni infanzia: di piccole mani alzate in saluti rivolti a passeggeri sconosciuti, di gite orchestrate dai nonni o dalle educatrici dei nidi, di annunci metallici e un po’ stonati forieri di ritardi, di arrivi e partenze: metafora quasi perfetta della vita.

Vero è che ai trenini, vuoi che siano fatti di legno, di carta, di ferro o plastica, i bambini si affezionano come a una bambola e continuano a divertirsi fra loro inventando paesaggi, creando piste e varianti di percorso, richiamati, inoltre, a un esercizio costante di rispetto delle regole nella scelta dei ruoli, dei turni, degli itinerari.

Negli anni dell’abbondanza succedeva che il gioco del trenino occupasse addirittura la metà di una stanza con le sue case inerpicate sulle colline di cartapesta, le nere rotaie, gli scambi per fare manovre, i passaggi a livello. La locomotiva con due o più carrozze partiva lentamente, si fermava nelle stazioni, scompariva nelle gallerie, rispuntava imperterrita a velocità costante con monotono ronzio. E il gioco, il fascino del gioco, più che altro consisteva nel seguire con lo sguardo il convoglio, il suo sicuro e lento percorrere le distanze, la sua capacità intrinseca di animazione.

Di gioco in gioco, è ancora al treno che la game designer Brenda Brathwaite Romero, ha affidato l’arduo compito di raccontare l’Olocausto ai ragazzini.

Convinta sostenitrice di come le meccaniche ludiche siano in grado di veicolare messaggi e avere ripercussioni sulla cultura, la Romero ha dato vita al pluripremiato gioco da tavolo Trains, un pezzo unico scrupolosamente dipinto a mano e che non si trova sugli scaffali dei negozi. In Trains, i ragazzini devono stipare, in una carrozza ferroviaria, moltissime pedine gialle e farle partire. Ben presto, però, i giocatori scopriranno che le destinazioni previste sono campi di sterminio nazisti e, terribile, che le pedine rappresentano ebrei prigionieri.

“I giochi ci possono portare dentro gli argomenti; ci possono rendere partecipi, sensibilizzare”, ha commentato Romero. Tanto che la maggior parte dei giocatori, dopo l’agghiacciante scoperta, ha scelto di smettere di giocare. Alcuni hanno provato a liberare le pedine del gioco dirottando il convoglio verso la Danimarca. Molti hanno pianto.

E il treno, in questo gioco serio, si è fermato.