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IL GIOCO È UNA COSA SERIA

di Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, direzione scientifica ludo-biblio AOU Meyer

“C’era una volta una regina che aveva una casa di bambole... Una casa di bambole così meravigliosa che la gente veniva da ogni dove per vederla”, scriveva Vita Sackville-West, negli anni Venti, a mano, su pagine grandi quanto un francobollo creando un libriccino destinato alla biblioteca allestita nella casa di bambola disegnata per la Regina Mary, nel 1924, da Sir Edwin Lutyens.

E diciamo la verità: chi, ancora oggi, non vorrebbe possedere, giocare, con una vera casa delle bambole; una di quelle che fanno bella mostra di sé in un qualsiasi museo del giocattolo. Un incanto, quei piccoli mobili con cassettini che si aprono, poltroncine di velluto, il pianoforte a coda, i lampadari con le gocce, e ancora piattini, bicchierini, coppette con minuscole caramelle, e poi: il letto a baldacchino!

Realizzata per la prima volta alla fine del Cinquecento per desiderio del duca Albrecht V di Baviera, la casa di bambola rimase a lungo una passione per pochi privilegiati collezionisti, custodendo in sé non solo ricercati e pregiati manufatti ma anche l’immagine dello stile di vita e dei gusti dei suoi facoltosi possessori.

Solo all’inizio del secolo scorso, lontane dalla preziosità delle origini, le case delle bambole entrarono nelle camerette dei piccoli destinate esclusivamente alle bambine e usate, per lo più, a fini pedagogici: una casa in miniatura dotata di tutto il necessario per governarla e amministrarla si prestava a essere un ottimo modello per la vita futura di tante piccole donnine!

In seguito, grazie al riconoscimento del loro straordinario valore per il gioco di finzione, simbolico, e grazie anche a una sostanziale, progressiva, pulizia del design, le case delle bambole sono state sottratte a quella stigmatizzazione di genere che le faceva strumento di trasmissione di ruoli sociali, rendendole indistintamente fruibili sia dai maschi sia dalle femmine.

Sappiamo, infatti, la passione e l’entusiasmo con i quali bambini e bambine tendono a fare nido, inventando addirittura case e rifugi ovunque fin sotto la coperta, oppure dentro alle grandi scarpe di mamma e babbo, oppure stabilendone rudimentali scansioni e perimetri solo con le matite o con le mollette per stendere i panni.

Sono “piccoli mondi” con i quali bambine e bambini costruiscono la loro geografia domestica che, osservata attentamente, si fa strumento prezioso per decodificare la qualità delle loro relazioni, del senso di appartenenza nonché del loro modo di intendere il mondo.

In quelle stanze minuscole arredate con cura, ma capaci di accogliere qualunque oggetto o personaggio che serva di volta in volta allo svolgimento delle storie, il gioco si evolve al pari delle capacità del bambino a partire dai semplici gesti che aprono una porta, spostano i mobili e i personaggi, per arrivare a messe in scena di accadimenti eccezionali o di momenti di quotidiana domesticità, di piccoli rituali e formule che si rinnovano continuamente, sovvertendo, magari, proprio quelle regole che nella vita reale si è chiamati a seguire. Grazie al gioco narrativo che la casa sollecita, i bambini possono rielaborare esperienze, inventare, usare la propria creatività, raccontare, trovare sistemi di mediazione, raffinare e sviluppare il linguaggio.

Ma che cosa dire mai dei i castelli medievali con torri, ponti levatoi e schiere di cavalieri, o della caserma con il camion dei pompieri, o del grande tendone del circo con i suoi artisti, o della nave dei pirati con cannoni e scialuppe pronte a dare l’arrembaggio? Si tratta, a ben guardare, di altrettanti “piccoli mondi” che vivono accanto alla casa delle bambole e che si aprono a un esterno, forse, più duttile e arioso, dove con il movimento si possono aggiungere elementi nuovi, usare e definire lo spazio in maniera diversa e orientare la narrativa verso temi più avventurosi in cui dominano il rischio, il pericolo, le sfide e le emozioni forti.