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IL GIOCO È UNA COSA SERIA

Tre bambini giocano su una casa sull'albero
di Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile, direzione scientifica ludo-biblio AOU Meyer

In principio era Tarzan, l’indomito Tarzan, che volteggiando nella giungla, fra scimmie e liane, aveva reso tangibile l’aspirazione di intere generazioni di ragazzini e ragazzine: vivere in una casa sugli alberi.
In altre parole, un rifugio, un luogo di gioco e di sogni, dove si possono progettare attività straordinarie, uscendo dal mondo delle regole adulte per scatenarsi a bordo della nave corsara della curiosità.

Passeggiare, rampicare, da un platano a un leccio a un castagno d’india per poi tirare il fiato, passando da un olivo a un faggio, offre visioni inaspettate perché “ogni cosa, vista da lassù, è diversa”, spiegava con rigore Cosimo Piovasco di Rondò, il Barone Rampante: un eroe della disubbidienza.

Ma anche Jo, il “maschiaccio” della famiglia March, guardava il mondo seduta sul vecchio melo a un guizzo dalla sua casa sull’albero.
E sull’albero era salita pure Mina, la deliziosa ragazzina raccontata da Almond. Mina aveva fatto dell’albero, a poco a poco, la sua casa dove disegnare o leggere, guardare, ascoltare e divagare o disquisire sulla natura o, più semplicemente, dove pensare.

Un fascino irresistibile quello della casa sull’albero, un cult della letteratura per ragazzi con il quale si sono misurati i bambini a zig zag di Grossman, gli amici dell’estate delle cicale di Janna Carioli, la bambina Aglaia, di Bianca Piztorno, in compagnia di cani volanti, gatti che imparano a parlare, bebè poeti e piante carnivore...
Per non parlare delle tante serie televisive made in USA, che soprattutto negli anni ’80, mostravano solerti daddy che per fare felici i propri figlioli si cimentavano con perizia - o imperizia - nell’edilizia arborea. Al via botole e travi; spuntoni e scalette; seghe, chiodi, martelli ecc...

Ovviamente, per chi abbia o abbia avuto simili esperienze i vantaggi sono molti: che si impara dal fare e dai propri errori, che si deve contare sulla cooperazione come sulle proprie forze. Che si rimane stregati dall’avventura, dai giacigli inusuali, dagli anfratti sconosciuti, dalle tane, dai nidi, dai canti dai suoni dai versi di uccelli e gatti, dal silenzio dove risuona la voce dell’albero. Ma non solo, seduti a cavalcioni dei rami, i legionari del Barone Rampante si confrontano con quella serie infinita di attività alle quali Cosimo, Mina, Jo, Bianca, Aglaia ecc… si dedicano quotidianamente: cucire berretti di pelo, dare consigli sull’innaffiature, dare il grasso alle ghette, imparare l’arte di potare le piante, tradurre Virgilio, giocare ai pirati, progettare innesti coi rami di noci, ciliegie, pesche, ideare un laboratorio di botanica, appendere con le cordicelle tutti quei giochi che non stanno più in casa, costruire una fionda, lucidare una scatola per il cioccolato...
Alla fine i pedagogisti esultano per questo felice meticciato che si viene a creare fra la concretezza dei fatti e le ardite speculazioni immaginative, valorizzando, fra i dettami dell’”imparare facendo”, l’uso delle mani.

Purtroppo, però, non sempre si ha un albero a disposizione sul quale costruire una casa, anzi, forse è un privilegio di pochi. E’ vero, invece, che – come ebbe a scrivere Virginia Woolf in occasione del bicentenario della pubblicazione di Robinson Crusoe - “i ricordi d’infanzia sono i più duraturi e profondi”. Allora, perché non progettare per l’intera famiglia almeno una notte in una casa sull’albero? A disposizione veri e propri cottage-resort-treehotel… dal Portogallo alla Danimarca, da Firenze alla Svezia, alla Francia, al Monferrato; oppure si può sempre optare per la più economica “arrampicata sull’albero” o tree-climber. In tal caso, arrivati in vetta aprire un ombrello, stendere una coperta e vedere dall’alto l’effetto che fa!